25/01/2009
Pic Nic ad Auschwitz
Non fosse stato per il matrimonio di mio cugino, non ci sarei mai andato, ad Auschwitz, che oggi non si chiama nemmeno più così. Si chiama Oswiecim.
Non ho mai negato l’olocausto e la storia dei lager. Ci ho sempre creduto e la vista di quei luoghi non mi rafforzerà nelle mie convinzioni, che ritengo già sufficientemente salde su una posizione di ferma condanna.
Ma mio cugino si sposa a Cracovia, in Polonia, tra poche settimane. Una sessantina di km da Oswiecim. Una deviazione sulla via del matrimonio, mi è sembrata doverosa, nonostante mi sia sempre ripromesso che ad Auschwitz ci sarei andato solo in caso di necessità. Per accompagnare i miei ipotetici figli che dovessero crescere con strane idee in testa.
Ma le cose vanno così e non puoi sempre stare a programmare tutto. Però almeno scegliere qualcosa, quello sì. Allora, prima il dovere e poi il piacere, visita ad Auschwitz e poi matrimonio e non il contrario. Così avevamo deciso, mentre studiavamo il nostro itinerario attraverso l’Europa continentale.
Domani è il gran giorno, per mio cugino. Stiamo vagando, dopo più di mille km di viaggio, tra le strade della Polonia, con il navigatore impegnato a ricercare sé stesso. Alle medie ci avevano insegnato che l’Europa finisce in Russia, con la catena dei monti Urali. Ma la precisione grossolana con cui l’atlante stradale riporta le strade oltre il confine polacco e l’assoluta inutilità del satellitare mi rendono dubbioso sui confini del Continente.
Mi affido alle mappe stampate per precauzione da Internet e finalmente troviamo la via per Oswiecim, non molto segnalata, a dire il vero, finché la direzione non diventa inevitabile.
Il sole del primo pomeriggio splende alto nel cielo terso, è una giornata magnifica. Parcheggio la macchina nello spiazzo riservato ai visitatori. Una serie di giovani polacchi, con indosso dei giubbotti riflettenti gialli e arancioni, vigila sull’entrata e sull’uscita dei veicoli, consegna il tagliando di parcheggio e raccoglie i soldi all’uscita. Mi fa un strana impressione pensare che una parte dell’economia di Oswiecim oggi si regge sulle visite ai lager. Ma in fondo anche a Roma la gente paga per andare a vedere il Colosseo, e mi sento un po’ più sollevato.
Ci avviamo verso il Museo della Memoria. L’ingresso è scuro e rimbomba di voci. Sembra una segreteria scolastica o il salone d’ingresso di qualche ufficio pubblico. Ci sono molte persone, che parlano lingue diverse e il mormorio risuona bombato, con echi cupi. Osservo la gente che gira: cappellini, macchine fotografiche, sbadigli e I Pod. Di fronte a me un cartello, “Beware of Pickpockets” tradotto in almeno otto lingue. Non posso fare a meno di pensare, se è questo quello che rimane oggi di Auschwitz,…
Finalmente, una volta chiarito allo sportello delle informazioni che non ci sono più tour guidati per la giornata, usciamo dall’androne per entrare nel lager.
Oltrepassiamo il primo cancello.
Davanti a noi si stende un magnifico praticello di erba verde, ben tenuto. Sulla sinistra un salice piangente. A fare da sfondo, ben protette dal filo elettrico e da quello spinato, le baracche, che a vederle così, sembrano colonie di soggiorno. La scena, complice la stupenda giornata – immagino - si presenta idilliaca nel suo insieme ed i cartelli con i teschi, posti lungo tutto il perimetro del campo, non fanno paura.
Entriamo tra frotte di gente, come una scolaresca in gita. La scritta in ferro battuto “Arbeit macht frei” ci scivola via sopra la testa, insieme alle stanze piene di oggetti ammassati, appartenuti ai prigionieri. Valigie, scarpe, capelli, tegami e pentolini, pettini, occhiali.
Montagne di oggetti ammucchiati, ma non dimenticati.
Lungo i corridoi di alcune baracche sono appese le foto smagrite dei prigionieri. Mi chiedo se mai, il prigioniero 16471, che mi trovo ora di fronte, mentre me ne sto schiacciato nella fila per uscire dalla baracca, impegnato a combattere con l’odore delle ascelle del mio dirimpettaio, se mai, lui avrebbe pensato che il prato fuori da Auschwitz sarebbe stato buono per farci un pic nic, come è capitato a me, quando l’ho visto.
Se mai avesse creduto di diventare meta di visita turistica.
Se mai avesse pensato che un giorno, della gente con la pancia piena, i rotolini di grasso, le adidas ai piedi, le cuffie sulle orecchie, avrebbe deciso di smettere di lavorare per andare lì, a farsi un giro, a vedere com’era, aggirandosi con andatura stanca tra una baracca e l’altra, entrando e uscendo dai forni crematori e dai cortili di fucilazione con assoluta normalità, sapendo che la sera li aspetta una comoda stanza d’albergo.
Oggi qui, sembra davvero tutto troppo bello, un villaggio dell’orrore in un parco giochi, con la gente che va a zonzo, trascina i piedi, si siede a bere e a mangiare i panini sui gradini, anche se non potrebbe. Il regolamento lo vieta. E scatta foto, in barba ai divieti dei cartelli.
Lo faccio anch’io con la mia digitale. Ne scatto infinite e le controllo man mano…e sono tutte bellissime, con i colori di questa splendida giornata di sole continentale. Profumano dell’aria mite di inizio agosto, di brezza leggera e di erba tagliata.
Mi sembra impossibile. Eppure è così. Oggi i prati di Auschwitz, lussureggianti di un verde invitante e ingenuo, non sembrano far altro che chiedermi di distenderci sopra una coperta, per un pic nic.
Imposto il settaggio della digitale sul filtro in bianco e nero e divento cieco alla luce, sordo ai mormorii e alle risa, mentre sulla spianata di Birkenau, mi sfida un magnifico tramonto.
13:32
Scritto da: franzhi
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Commenti
Più che un commento al racconto,che mi è piaciuto molto per il suo realismo,vorrei esprimere alcune impressioni che questa lettura ha riportato alla mia memoria.
Anch'io sono stata ad Auschwitz in agosto in una belissima giornata di sole. Ma credo di aver visto tutto in bianco e nero nonostante il verde intenso dell'erba, l'azzurro del cielo e il color mattone delle costruzioni.
Ricordo la sensazione di freddo e il tremolio interno che mi percorreva da test a piedi nonostante il sole caldo. Ricordo il palloredi molti volti, gli occhi lucidi di tanti visitatori,la domanda senza risposta di chi avesse calpestato il suolo dove ora io camminavo; quali storie ci fossero dietro quelle migliaia di persone, quali angosce quali sentimenti,quale disperazione fossero passati tra
quelle doppie barriere di filo spinato.
A birkenau , al capolinea della diritta rotaia, il sole tramontava le ombre si allungavano e, in una buca di acqua vicina alle baracche, alcune rane saltavano e nuotavano proprio come negli stagni dei pic nic .
Scritto da: doc | 07/02/2009
Birkenau: lo visitai anch'io a fine luglio, nel 2003, il giorno successivo alla visita ad Auschwitz 1 che al confronto sembrava un giardino ben tenuto. Ricordo vivamente l'entrata ripresa da molti film e documentari con le sue rotaie, e ricordo ancora oggi un paio di persone che nel tragitto tra l'ingresso e le postazioni in cui vi erano i forni crematori distrutti dai bombardamenti si sentirono male per il caldo e il sole cocente, e pensare che lì erano solo in gita turistica mentre 50 prima quella povera gente ci lavorava in condizioni disumane
Scritto da: JSP | 07/01/2010
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